Smart working e rischi informatici: il rovescio della medaglia del “lavoro agile”

Se già da tempo e in diversi ambiti, sia nel pubblico che nel privato, non mancavano casi di sperimentazione del regime di telelavoro, nell’ultimo anno e mezzo il lockdown e le restrizioni sociali conseguenti al contenimento della pandemia hanno ridefinito se non rivoluzionato il modo di lavorare di molte aziende e di molti italiani rendendo indispensabile l’adozione del cosiddetto “smart working “o “lavoro agile”.

Il termine smart working è entrato nell’uso familiare e quotidiano come sinonimo di telelavoro, intendendosi una modalità di lavoro svolta da remoto, quindi al di fuori della sede aziendale, tramite l’utilizzo di strumenti informatici (pc, tablet, smartphone…). In realtà tra smart working e telelavoro esistono delle differenze dal punto di vista normativo: la più importante è quella che nel caso del lavoro agile non esistono vincoli di orario fisso e di spazio come nel caso del telelavoro, che contrattualmente prevede il medesimo orario di chi svolge la mansione in sede e sempre l’utilizzo della stessa postazione.

E’ indubbio che lo smart working favorisce un approccio di reciproca utilità tra azienda e lavoratore, con una serie di vantaggi che incidono sulla soddisfazione e la produttività del dipendente ma anche sulla efficienza e la resilienza dell’azienda: la migliore gestione degli impegni lavoro-famiglia, il reclutamento di personale altamente qualificato anche se lontano dalla sede operativa, la decurtazione dei costi inerenti le spese quotidiane legate alla presenza del personale sono alcuni degli impatti positivi a cui concorre la maggiore flessibilità permessa dal lavoro agile.

La scelta “forzata” dello smart working ha certamente consentito e sta consentendo tuttora a molte aziende di garantire la business continuity, a fronte del perdurare dell’emergenza Covid-19. Se superata la pandemia, molti imprenditori potrebbero valutare di continuare a lavorare in modalità agile in base ad una tendenza che si è ormai consolidata, oltre agli indubbi vantaggi vi è un’altra faccia della medaglia dello smart working a cui si deve e si dovrà fare sempre più attenzione: i rischi legati alla sicurezza informatica che sono insiti dell’operatività svolta da remoto.

Le problematiche sono di grande rilevanza sia per le aziende che per i dipendenti, prima fra tutte quella della salvaguardia dei dati del business o dei dati personali e sensibili, nel rispetto della normativa vigente a tutela della privacy (GDPR), per quanto attiene alla condivisione dei documenti aziendali in rete.

Connessioni non protette, utilizzo promiscuo di dispositivi personali e aziendali, anche l’imprevedibilità del fattore umano per cui si sottovaluta il rischio connesso all’accesso a siti pericolosi e ai “download fake”, sono solo alcune delle criticità che hanno recentemente favorito a livello globale la crescita esponenziale di malware informatici ai danni di imprese e di enti pubblici. Esemplare in questi ultimi mesi e proprio nel nostro Paese il caso della Regione Lazio, in cui l’attacco hacker è partito dalla violazione di un’utenza di un dipendente in smart working.

Allargandosi sensibilmente nello spazio l’estensione del “perimetro informatico aziendale” in cui viene svolto il lavoro agile, anche per l’utilizzo di reti domestiche, hotspot pubblici, dispositivi mobili più vulnerabili e quindi poco controllabili dal punto di vista della sicurezza informatica, per l’azienda lo smart working comporta delle urgenze che devono essere prontamente e attentamente gestite tramite mezzi e strumenti di cyber security adeguati.

Da qui la necessità non solo di implementare una serie di buone abitudini tese a responsabilizzare l’azienda e il dipendente rispetto ai rischi informatici ma anche di “mettere in sicurezza” lo smart working con adeguate coperture assicurative pensate in particolare per le PMI che hanno adottato il lavoro agile.

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